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Festa regionale del Ciao – Orvieto 16/10/2011
Ogni generazione vive nella propria storia di vita fasi di crisi sociali più o meno gravi.
Possiamo tranquillamente affermare che quella attuale è una crisi molto grave, perché è una crisi valoriale, da cui discende poi la crisi politica, istituzionale, economica del nostro Paese, in cui la precarietà non è solo lavorativa, ma è fatto costitutivo della vita quotidiana (nuove fragilità emergenti) che sicuramente ci impone domande nuove.
A tutto ciò si aggiunge una immagine nuova del mondo; nuove aree del mondo si affermano e nuovi continenti avanzano come ad esempio la cosiddetta “Cindia” (Cina + India) dove vive più della metà della popolazione del mondo, in forte espansione economica, oltre che demografica, che dunque non potrà non avere influenza decisiva sull’intero pianeta. Questa situazione decisamente nuova – dopo molti secoli nel corso della storia, si affermano realtà politiche e culturali non impregnate di cristianesimo – mette in discussione la nostra tradizionale visione del mondo. Anche questo ci pone nuove domande.
La crisi italiana ha messo in discussione i valori portanti del vivere comune, dove vengono proposti modelli di vita antisolidali e anticomunitari e che attingono invece a visioni di vita permeate da qualunquismo, onnipotenza, narcisismo, individualismo, egoismo, immoralità…..tutti aspetti negativi che mettono in serio pericolo non solo la vita dentro la comunità civile, ma la stessa vita del cristiano e della Chiesa. Si tratta di aspetti antievangelici che si insinuano in maniera subdola, indolore, come virus, nella vita delle persone scatenando poi difficili patologie dure da debellare e che mettono in pericolo, tra gli altri, valori come la famiglia, la comunità, l’amicizia, la solidarietà, la gratitudine e la gratuità.
Siamo in emergenza dunque, soprattutto se guardiamo ai nostri figli…..per il cui bene forse ora ci viene richiesto un surplus di attenzione per la loro crescita: ora più che mai occorre unire più forze possibili e stringere una sorta di patto educativo - famiglia e chiesa, famiglia e AC (che per sua natura ha come obiettivo proprio la formazione e dunque l’educazione) per fargli scoprire la bellezza e la fatica dello stare insieme, dell’amicizia, dell’ascoltarsi, dell’essere solidali gli uni verso gli altri, della condivisione; la bellezza ma anche la fatica di una esperienza di vita che nasce dall’incontro personale, in famiglia ed in gruppo, con Gesù, per loro Amico speciale che guida le loro scelte di bambini oggi, ma di ragazzi, di giovani e di adulti domani. Occorre un patto che ci metta tutti in “cordata” per “puntare in alto”, arrivare con grande fatica in cima al monte, fino a quando, al di là dell’ultima roccia, un orizzonte nuovo e sconfinato riempie i nostri occhi e i nostri cuori. È un compito difficile, perché si tratta di una grande responsabilità, la responsabilità di annunciare il Vangelo: è un compito arduo perché coinvolge contemporaneamente la nostra relazione con Dio, con il prossimo e col mondo. Siamo infatti responsabili di fronte a Dio al quale rispondere, responsabili del prossimo di cui rispondere, responsabili per il mondo per cui rispondere (tre poli irriducibili della responsabilità biblica). Ma non dimentichiamo che si tratta di una responsabilità che discende da Dio, l’Alterità per eccellenza che si fa prossimità per amore e chiama ogni uomo a farsi prossimo per e con lo stesso amore (shema Israele: la legge del Sinai).
A questo punto, come afferma Lévinas, assistiamo all’instaurazione di una relazione con l’altro del quale io sono responsabile sempre e dovunque indipendentemente da ogni previo legame e dalla sua stessa reazione di accoglienza o di rifiuto.
Dunque una responsabilità che si declina come priorità dell’altro sull’io e che può essere caratterizzata sinteticamente da tre aggettivi qualificanti:
a – singolare: una responsabilità che nasce solo nel momento in cui avviene l’incontro interpersonale tra l’io e l’altro;
b – puntuale: una responsabilità che si esercita nell’ambito delle singole alterità, cioè quelle che incontro di volta in volta;
c - indeclinabile: la responsabilità non può essere scaricata su niente e su nessuno, né su determinismi naturali o storici, né su Dio, né sul demonio.
Responsabilità, allora, come risposta a Dio che significa rispondere “sì” al Suo Amore; la risposta a questo Amore vuol dire rispondere dell’altro che Dio mi affida e che di volta in volta incrocia il mio cammino; infine risposta di fronte al mondo che rappresenta l’amore creatore che proviene all’uomo da Dio.
Si tratta dunque di educazione alla fede che per noi cristiani è connaturale dal momento in cui, ricevendo il Battesimo, entriamo a far parte della grande famiglia della Chiesa - Popolo di Dio - e nella consapevolezza di una fede adulta comprendiamo che siamo chiamati ad avere cura di ogni persona che incrocia il nostro percorso di vita.
Ma educare come! Dicevo poc’anzi che l’Azione Cattolica Italiana ha come finalità l’educazione umana e cristiana, è la scelta che sta all’origine di tutte le altre ed ora si interroga nuovamente dinanzi alla delicata transizione che sta investendo il Paese ed allora intende ribadire il proprio impegno formativo, svolto in migliaia di realtà parrocchiali e diocesane in tutte le regioni, avendo a cuore la costruzione di coscienze individuali orientate al bene comune. Anche in questa emergenza anziché rispondere con attività straordinarie l’AC si impegna sempre più consapevolmente con il proprio percorso formativo declinato per ogni età nell’ordinarietà della vita associativa dentro e fuori le parrocchie.
La famiglia da parte sua è il luogo privilegiato in cui i genitori sono i primi responsabili dell’educazione alla VITA dei propri figli, quando invece molto spesso accade che dopo il Battesimo, delegano questo delicato compito esclusivamente alla Comunità cristiana, non appena ciò sarà possibile.
E allora sarebbe molto interessante, oltre che compiere una esperienza edificante, che anche i genitori intraprendessero parallelamente ai loro figli, un percorso formativo che li aiuti non solo a stare accanto al cammino di crescita dei propri figli, ma soprattutto che offra loro, come singoli individui o in coppia, l’opportunità di riscoprire la propria fede per verificare e consolidare il fondamento della propria vita cristiana e cioè che è accaduto veramente che Gesù è morto e dopo tre giorni è risorto, questa è una Speranza, è la Speranza cristiana – cosa diversa dall’ottimismo - che ci anima tutti e ciascuno: in altre parole Educarsi per Educare. Occorre infatti saper individuare e poi porsi le domande fondamentali che la vita quotidiana ci impone e cercare di dare risposte, da soli o in un gruppo, alla luce dell’ascolto della Parola, quando il Vangelo con la sua forza ridimensiona tutto, ci mette davanti agli occhi solo l’essenziale. Per questo è importante per un adulto, oltre che genitore, inserirsi in un cammino di questo tipo dentro la comunità cristiana: non si tratta di essere indottrinati per diventare catechisti dei propri figli, ma di imparare a fare la scelta preferenziale di Gesù nella nostra vita, perché solo così diventeremo educatori alla VITA credibili.
Questo è ciò che per esempio da adulti si vive scegliendo di percorrere un cammino formativo spirituale e umano in AC che si svolge dentro la fraternità di un gruppo parrocchiale (o interparrocchiale), in cui i rapporti interpersonali sono al fondamento di ogni esperienza e l’accoglienza reciproca cancella ogni distanza, ogni differenza, ogni diffidenza. E quando il percorso si fa sempre più profondo, magari si scopre anche che siamo “chiamati” ad un servizio gratuito dentro la stessa comunità parrocchiale: offrire se stessi, il proprio tempo, la propria umanità come educatori in ac per trasmettere e far scoprire il dono prezioso della fede che il Signore riserva a ciascuno di noi.
E dunque riscopriamo e facciamo nostri proprio tutti e quattro gli elementi che i vostri ragazzi oggi si sono impegnati a cercare e a dargli un senso:
Il fuoco: è il calore di un focolare che crea familiarità, dunque è unione intesa come “fraternità” che viviamo in famiglia ma anche nella comunità cristiana, in AC attraverso la vita di gruppo o nella comunità civile al lavoro, nella politica o nei semplici rapporti interpersonali
La torcia : strumento imprescindibile che ci permette di “fare luce” quando tutt’intorno è buio, di vedere bene e dare un nome alle cose, alle esperienze, e scoprire l’essenziale. È l’esercizio che noi chiamiamo discernimento
La mappa: ascolto della Parola che orienta la vita verso Gesù
La borraccia: preghiera che, sempre e in particolare nei momenti di arsura, rinfresca e cura il nostro rapporto con il Signore.
L’ACR con i ragazzi concorre a fare tutto questo: a tenere gli occhi aperti su ogni ragazzo, tiene conto delle esigenze di tutti e di ciascuno, tiene conto dei loro desideri, delle loro speranze, ma anche delle loro delusioni e, attraverso la Compagnia e l’amicizia di Gesù, facciamo comprendere loro che Gesù entra nelle loro vite dando senso ad ogni tipo di esperienza. Tutto questo si esplicita in un itinerario formativo che sa leggere tutta la realtà dei ragazzi nella sua interezza, nei loro ambiti di vita, nelle loro giornate per poter educare ad interpretare il vissuto quotidiano alla luce della Parola. I ragazzi oggi non hanno molti spazi in cui raccontarsi, in cui elaborare il significato che danno agli eventi e alle situazioni che vivono. L’Acr sarà proprio quel luogo in cui i ragazzi imparano che Dio ha un amore talmente grande tanto da accogliere ciascuno nel suo cuore. Questo insegna il Vangelo e questo è il compito di un educatore: avere gli occhi attenti capaci di trasmettere un po’ di quell’amore infinito del Padre.
Inoltre gli fa conoscere il valore della comunità cristiana in cui sono inseriti, a fargli amare la propria Chiesa locale ed essere a loro volta accoglienti con tutti coloro che si aggiungono strada facendo.
Azione Cattolica Italiana, a cura di, Sulle strade dei cercatori di Dio. Ac e primo annuncio, Ed. Ave, 2011